L'articolo che tratta questo importante tema appare sul
"Granellino" del 1 dicembre 1901 (31) ed è firmato da "Demofilo".
Dietro questo pseudonimo è facile scorgere la penna di Rizzo anche se non se ne
può avere l'assoluta certezza. Ci sentiamo di fare questa affermazione perché se guardiamo all'etimo della parola
Demofilo, composta da "demos" che
vuol dire popolo e da "filos" che vuol dire amico, ci rendiamo conto
che questo appellativo ben si adegua a Giuseppe Rizzo, sempre sollecito e
attento nei confronti del popolo da lui tanto amico. A
questo punto è doverosa una precisazione sul termine "democrazia
cristiana". L'uso della parola che qui viene fatto risente certamente
dell'interpretazione che ne era stata da Valente e Murri al Congresso Cattolico
di Milano del 1897, dove era emerso che la democrazia cristiana non si poneva
sul piano della democrazia politico-parlamentare. De Rosa precisa che
"nell'assunzione del termine -democrazia cristiana- da parte dei giovani
cattolici, in luogo dell'altro tradizionale di -movimento cattolico sociale- o -
movimento economico cristiano- era già indicata la preferenza di un metodo che
segnò immediatamente una distinzione ben netta tra il vecchio gruppo
intransigente, che fino ad allora aveva controllato l'Opera con tutte le sue
attività sociali e coloro che si dichiaravano democratici cristiani"(32). Ancor più avvertita è l'influenza dell'enciclica di Leone
XIII "Graves de Communi" del 18 gennaio 1901. Con questa enciclica
si vuol porre fine alle polemiche che divampavano tra intransigenti e
democratici cristiani (guidati da Murri) circa il senso da attribuire al
termine. Candeloro dà una valenza paternalistica e conservatrice
all'enciclica(33). Ad ogni modo Leone 13, dopo aver affermato che la democrazia
cristiana non deve avere nulla di comune con la "democrazia sociale",
dice: "... Non sia poi lecito di dare un senso politico alla democrazia
cristiana. Perché, sebbene la parola democrazia, chi guardi all'etimologia e
all'uso dei filosofi, serva ad indicare una forma di governo popolare, tuttavia
nel caso nostro, smesso ogni senso politico, non deve significare se non una
benefica azione cristiana a favore del popolo". I precetti del Vangelo,
aggiunge quindi Leone XIII, sono indipendenti dalle forme di governo e al di fuori
dei partiti, perciò "l'intendimento e l'azione dei cattolici che mirano a
promuovere il bene dei proletari, non deve punto proporsi di preferire e
preparar con ciò una forma di governo invece di un' altra" (34). Quindi il
termine "democrazia cristiana", oltre a contrassegnare la nuova
corrente cattolica progressista sorta in seno all' Opera dei Congressi stava
anche a designare un metodo ben preciso di azione nel sociale. E di questo nuovo
metodo Giuseppe Rizzo fu consapevole. Fatta questa doverosa precisazione
passiamo ad esaminare i punti salienti dell' articolo apparso sul
"Granellino" e per noi tanto prezioso per la comprensione dello
spirito che animava i cattolici alcamesi. L' autore ha piena coscienza della
"questione" sociale che si agitava in quei giorni. Scioperi,
agitazioni popolari, improvvisi fallimenti di banche (chiaro riferimento alla
Banca Segestana e alla Banca Cooperativa, n.d.a.) e casse commerciali si
susseguono infiammando ancor più gli animi popolari esacerbati dallo
sfruttamento e dalla miseria. Viene riconosciuto che "il lavoro manuale che
per molto tempo è stato con abilità pari all' ingiustizia sfruttato da ingordi
capitalisti, oggi opera una giusta rivendicazione". Naturale quindi che i
lavoratori si uniscano tra di loro per conquistare i propri diritti. Questi
diritti secondo l'autore sono: "Prima di tutto la riabilitazione morale di
fronte alla società, sollevandosi da quello stato di abiezione nel quale lo
pose il disprezzo e l'oppressione dei grandi, i quali (salvo eccezioni) sono usi
riguardare i piccoli come esseri appartenenti ad ordini inferiori". Inoltre
viene rivendicata "la giusta ricompensa del lavoro" affinché i
contadini possano provvedere ai bisogni fisici e morali della propria famiglia.
Bisogna però vedere quale sia la bandiera spiegata nel campo dell'azione
sociale: se quella della Democrazia Cristiana o quella del Socialismo. Secondo
"Demofilo": "dal trionfo dell'una o dell'altra dipenderà la
salvezza o la rovina della Patria". Le differenze tra i due partiti sono da
lui chiaramente spiegate: "Questi due grandi eserciti partono dal principio
di sollevare la classe dei poveri operai, ma mentre l'uno, la Democrazia
Cristiana, per la sincerità delle sue intenzioni e per mezzo della religione
perviene allo ristabilimento dell'ordine e della giustizia nella società,
l'altro, il Socialismo, che ostenta amore verso il popolo per farsene sgabello
ai suoi disegni ambiziosi, sfruttando ai propri interessi la buona fede degli
operai e servendosi dell'irreligiosità e dell'immortalità, perviene a
risultati negativi, aumentando sempre più il disordine sociale". Il
socialismo è condannato sia perché parla alle masse di diritti, ma non di
doveri, sia per il suo professato ateismo e infine per il principio della lotta
di classe. L' autore è convinto che se il popolo "s'educa irreligiosamente,
esso calpesterà ogni autorità e chiederà non solo i diritti che per giustizia
gli spettano, ma ne chiederà degli altri ancora, trascurando i doveri e
diventando oppressore da oppresso che era". Il merito della Democrazia
Cristiana sta nel ricordare i diritti e i doveri, nell' essere "mediatrice
tra il capitalista e il proletario". L'arma usata è quella della
persuasione. Difatti al capitalista si dirà "di amare e rispettare il
lavorante ch' è un suo fratello, di retribuirlo con giustizia, di provvedere ai
suoi bisogni morali e materiali", mentre al secondo si cercherà di fa
"fare con coscienza il suo lavoro e rispettare colui che gli dà il pane,
poiché egli non è solo un suo fratello ma è anche un suo benefattore".
Come si può ben vedere siamo ancora nell'ambito di una visione dei conflitti
sociali legata a vecchi schemi; infatti, come si può con le sole armi della
persuasione cambiare una situazione di sfruttamento oramai radicatasi da secoli?
L'importante arma dello sciopero non è ancora persa in considerazione, ma se
pensiamo che due anni più tardi lo stesso Rizzo prese parte ai tumulti per
l'abolizione della cinta daziaria e del dazio sul consumo, ci rendiamo conto che
le teorie esposte in questo articolo vanno considerate come un punto di partenza
per il movimento cattolico alcamese, ricco di interessanti considerazioni e di
fertili spunti. Viene citata la definizione che della Democrazia Cristiana dà
Toniolo: questa "innalza gli umili senza abbassare i grandi,
sicché essa
aborre dalla lotta di classe che è antireligiosa, antisociale, contraria alla
civiltà e alla fratellanza, pur tanto professata dal socialismo, a parole, si intende". L'obbiettivo della Democrazia Cristiana è dunque quello di
raccogliere capitalisti e proletari all'ombra dei medesimi ideali. Ma se gli
uni o gli altri non accetteranno, sarà ineluttabile l'avanzata del socialismo.
Viene ribadito a chiare lettere qual'è il mezzo di cui bisogna servirsi per una
rigenerazione sociale:"non è con la lotta di classe, ovvero suscitando
l'odio dei poveri contro i ricchi che si può venire ad una soluzione della
questione sociale, ma soprattutto, anzi solamente, con la carità cristiana con
la quale il povero ottiene quel che rivendica: la riabilitazione morale e la
giusta mercede del suo lavoro". Il ricco da parte sua deve in ogni modo
cercare di venire in aiuto alle classi lavoratrici e, in caso di rifiuto, i
"democratici cristiani " continuerebbero "ad organizzare le masse
dei sofferenti e a reclamare nei limiti legali i diritti del povero che lavora e
"additerebbero al ricco che si mostra restio ai suoi doveri verso gli umili
lo spettro sanguinoso del socialismo". In queste ultime considerazioni è
chiaramente avvertita l'influenza della "Rerum Novarum" soprattutto
per quanto riguarda la teorizzazione dell'interclassismo.