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Il movimento cattolico in Sicilia tra la fine dell'ottocento e l'inizio del novecento

Il periodo in cui si inquadra l'opera di Giuseppe Rizzo è un periodo di crisi per il movimento cattolico siciliano. Crisi feconda, però, che portava in sé i germi di una rinascita culturale e che presto avrebbe dato luogo ad un germogliare di attività, come comitati parrocchiali e le Casse Rurali. In campo più strettamente politico avrebbe portato alla travagliata nascita della Democrazia Cristiana prima e del Partito Popolare poi. Il fatto più significativo, che determinò l'avviamento di un dibattito, rivelatosi poi proficuo all'interno del movimento cattolico siciliano fu, senza dubbio alcuno, lo scoppiare dei moti dei Fasci. I cattolici rischiavano in un certo senso di venire spodestati nelle coscienze popolari attratte dal nuova "vangelo rosso". A questo proposito è da accogliere l'opinione di Renda secondo cui, se è vero che il movimento cattolico Italiano si sviluppa nelle varie regioni rispettandone ed anzi adattandosi alle diverse peculiarità socio-economiche, è anche da tenere presente che lo sviluppo del movimento cattolico deve anche essere visto in correlazione con lo sviluppo del movimento socialista. Quindi, a parte altre motivazioni, la nascita del movimento cattolico con finalità sociali fu la risposta della Chiesa alla nascita del socialismo. Fu questo il senso più riposto di tutto il pontificato di Leone XIII che fu accolto da gran parte del mondo cattolico come il segno di un cambiamento di rotta nella tradizionale linea di condotta della gerarchia cattolica. Per il Papa la questiona sociale doveva essere il terreno della riscossa religiosa. La Chiesa, dinanzi al nuovo corso degli eventi, doveva evitare che accadesse quanto era già accaduto con la rivoluzione borghese che l'aveva vista come semplice comparsa ed incapace quindi di assumere un ruolo di primaria importanza. A riprova di ciò, sempre da Renda viene affermato che "la rivoluzione borghese era rimasta atea non perché fosse per sua natura contrapposta al cristianesimo, ma soprattutto perché vi era stata mancanza totale di iniziativa e assenza pregiudizievole dell'azione cattolica. La Chiesa era stata alla coda degli avvenimenti, e la nuova classe dei capitalisti in ascesa aveva assunto nei riguardi del cattolicesimo un atteggiamento di ostilità, bandendo la religione dalla vita pubblica e relegandola a semplice fatto, individuale". La riflessione su questi avvenimenti portava i responsabili del movimento cattolico a concludere che, perdere nuovamente la partita con l'antagonista ideologico, avrebbe comportato una sconfitta difficilmente recuperabile. Il socialismo, infatti, più ancora del liberalismo, penetrava fra le grandi masse popolari, fra gli operai soprattutto, ma anche fra i contadini, compiendo un'opera sistematica di scristianizzazione all'interno della stessa comunità dei fedeli. Quindi nasceva per la Chiesa l'esistenza di farsi rivendicatrice dei diritti dei lavoratori, sviluppando una dottrina sociale autonoma, contrapponendo alla propaganda e l'azione cattolica. C'è una frase che sintetizza molto bene lo spirito e la prassi del movimento cattolico nei confronti del socialismo: "Il socialismo va al popolo; ebbene, combattiamolo andando al popolo anche noi; e quel che di buono il socialismo gli promette togliendogli la religione, diamoglielo noi lasciandogli la religione". Erano formule certamente concorrenziali e a volte anche demagogiche, ma che bene riuscivano nell'intento di penetrare nella coscienza popolare così facilmente suggestionabile  e così intrisa di religiosità, che certo sentiva, se pure confusamente, la contraddizione fra socialismo e religione. Questo antagonismo fra socialisti e cattolici era di stimolo sia per gli uni che per gli altri ed è da rilevare che il differente sviluppo del movimento cattolico a livello delle grandi aree regionali è da riferire al differente sviluppo del movimento socialista. Naturalmente da questa dialettica, che vede il movimento cattolico rivolto e sollecito nei confronti delle masse operaie, ma soprattutto contadine, rimane escluso il clerico-moderatismo, perché i suoi naturali interlocutori non erano le classi lavoratrici, bensì la borghesia e la grande proprietà terriera. E questo delle due anime, dei due volti del mondo cattolico è un tema ricorrente che ne animerà la dialettica interna. Riprendendo un discorso già precedentemente accennato, ci sentiamo di affermare che in Sicilia il movimento cattolico ebbe inizio dopo che i Fasci dei lavoratori avevano raggiunto, nell'autunno del 1893, il vertice del loro sviluppo. La circostanza è documentalmente dimostrata dalla Lettera Pastorale del Vescovo di Caltanissetta, Giovanni Guttadauro, redatta e pubblicata in risposta alle iniziative politiche e sociali dei socialisti. In questa lettera si esortano i parroci ad interporsi fra i contadini ed i gabelloti per comporre le controversie sorte tra di loro, secondo i principi di prudenza e di carità. Si parla ancora solo di "composizione di controversie" e non di difesa in toto delle posizioni dei contadini, ma è già un passo in avanti, se si considera che l'atteggiamento del vecchio clero isolato era quello di chi "non voleva dare fastidi e non voleva averne". Per quanto la Pastorale di Mons. Guttadauro non contenesse accenni polemici contro i Fasci dei Lavoratori, era evidente la preoccupazione del rapido sviluppo socialista nelle campagne. I successivi sviluppi della vicenda dei Fasci furono più nocivi che i benefici per il movimento cattolico, in quanto il clero disorientato non prese una posizione univoca ed anzi fu spesso strumentalizzato dalla borghesia in funzione di condanna e di repressione della rivolta socialista. In verità, la posizione dell' alta gerarchia nei riguardi dei Fasci e della insorgenza conflittualità sociale fu abbastanza differenziata, anche se non sempre corrispondente allo spirito di modernità e di socialità voluto dal pontefice Leone XIII. Contro il socialismo si levarono alte voci di parecchi prelati: dall'Arcivescovo do Monreale al Vescovo di Nicosia, dal Cardinale di Palermo al Vescovo di Noto. Ma non mancò chi, come il Vescovo di Caltagirone Giovanni Gerbino, trovò il modo di riproporre il tema dell'azione sociale cattolica in favore dei lavoratori. Nella Notificazione per la Quaresima di questo prelato si avverte infatti una percezione acuta dei problemi isolani. Il Vescovo Gerbino deplorava "nel capitale non pochi abusi a danno del lavoro, come sarebbero le mercedi insufficienti e i contratti di fame, gli affitti esosi, che non possono essere pagati, le mezzadrie ingiuste, le abominevoli usure". Si condannava inoltre lo sfruttamento perpetrato dagli avidi gabellotti nei confronti dei mezzadri e la schiavitù o "non-libertà" dei proletari rurali. Temi questi che preludevano ad una nuova coscienza sociale  dei cattolici. della nova problematica sollevata dal Movimento dei Fasci quindi si nutrì e seppe trarre giovamento anche il mondo cattolico. Il Circolo dei Buoni Studi di Palermo, al quale facevano capo i giovani come il Torregrossa o il Mangano, divenuti più tardi massimi dirigenti della democrazia cristiana, fece di temi come "il comportamento cattolico di fronte al socialismo" al centro della sua attività, promuovendo conferenze, dibattiti, prese di posizione sulla stampa cattolica. In una conferenza, tenutasi il 1° maggio 1894 nel Circolo suddetto, si sostenne da parte del Torregrossa e del mangano che "il socialismo in quanto è movimento delle masse è un fenomeno che merita la più seria riflessione e che richiede molta sagacia per essere giustamente giudicato". Quindi ai cattolici spettava definire "la via da battere per opporsi a tanto sfacelo, per avviare a giuste tendenze questo movimento minaccioso". Per combattere il socialismo bisognava "contrapporvi un complesso armonico di dottrine, un programma intenso di azione sociale". Mangano teneva a sottolineare che se non c'era e non ci poteva essere socialismo cattolico, c'era e ci doveva essere un "cattolicesimo sociale". Quest'interesse e definire i precisi confini fra movimento cattolico e movimento socialista era legato al manifesto proposito di passare all'azione, di impegnarsi con la cose, buttandosi nel lavoro di organizzazione fra le classi lavoratrici. Fu in questo fervore ideologico che maturò l'esigenza di tenere in Sicilia un congresso cattolico in collegamento con l'opera dei Congressi. Questo Congresso si svolse nel luglio 1895. Vi si scontrarono due linee diverse: una di Don Cerruti sulle Casse Rurali e l'altra del Torregrossa sulle federazioni cattoliche operaie. Fu la linea di Don Cerruti a riportare pieno successo a prevalse quindi la piattaforma nazionale e il compito di suscitare e dirigere la riscossa cattolica in Sicilia fu affidato ad un vecchio prete: Mons. Luigi Di Giovanni. Ciò che prevalse, in particolare, fu il tema del "prete fuori dalla sagrestia",che divenne il principio ispiratore del Di Giovanni; di conseguenza l'azione sociale dei cattolici si appoggiò fin dall'inizio sulla strutture dell'organizzazione ecclesiastica, attribuendo al prete una funzione preminente rispetto ai laici. Dopo la repressione crispina il personale politico, sia laico sia cattolico, si era diradato e per colmare questa carenza non c'era modo migliore che puntare sulla capacità di lavoro del prete, sulla sua disponibilità e sulla sua disciplina. Sfuggì però dapprincipio il senso sociale e politico profondo di questa funzione nuova che il prete avrebbe dovuto assumere nella vita pubblica isolana. I contenuti sociali programmatici furono quelli della piattaforma cerruttiana delle Casse Rurali. Don Cerruti appoggiò da vicino Mons. Di Giovanni nell'opera di promozione e di organizzazione del movimento. Le "Letture Domenicali" divennero l'organo di Don Cerruti e quindi dell'Opera dei Congressi. Don Cerruti era impegnato nella Sicilia Occidentale, mentre Mons. Di Giovanni profondeva le sue energie nella Sicilia Orientale. Questa fase iniziale si concluse nel 1896 ad Agrigento dove ebbe luogo il Secondo Congresso Cattolico. Il periodo che seguì non fu un periodo facile per il movimento cattolico siciliano. Una grave crisi, dovuta a cause interne ed esterne, lo travagliò e lo mise a dura prova. Causa primaria di questa crisi fu l'attrito tra democratici cristiani e intransigenti. La realtà siciliana, secondo i democratici cristiani, richiedeva d'essere affrontata e risolta con il ricorso a sistemi radicali. Ogni indugio da parte cattolica avrebbe favorito i socialisti e di conseguenza avrebbe sempre più allontanato i lavoratori dalla Chiesa. Intanto socialisti e cattolici erano però accomunati dall'essere entrambi vittime della politica repressiva instaurata dai governi liberali. Di Rudinì, succeduto a Crispi come capo del governo, non fece alcuna distinzione tra socialisti e cattolici sociali e, nel 1897, attuò una strategia mirante ad esprimere le iniziative delle due parti. A queste repressioni, Di Rudinì era spinto dalle pressioni degli industriali, dei grossi agrari e dei militari, che, impensieriti per i crescenti fermenti sociali, rimpiangevano la mano forte di Crispi. Sidney Sonnino era il più fedele interprete di queste tendenze conservatrici e stigmatizzavano sulle pagine della rivista letteraria "Nuova Antologia" sia il socialismo "soppressore di ogni libertà individuale" che il "clericalismo oscurantista e intollerante". Di Rudinì, quindi, aveva uno spirito fortemente reazionario, non tardò ad attuare la propria opera di repressione. Nell'autunno del 1897 diramò precise circolari ai Prefetti affinché operassero una stretta sorveglianza sulle associazioni cattoliche e socialiste. Prefetti e polizia, secondo le direttive governative, avrebbero dovuto considerare anche le Chiese come "luoghi pubblici" e la sorveglianza sarebbe dovuta estendersi su di esse specialmente quando servivano a riunioni politiche. In pratica, però, l'atteggiamento del Governo fu più duro nei confronti dei socialisti che nei confronti dei cattolici, in quanto il Di Rudinì era convinto che sarebbe stato facile recuperare le loro tendenze nell'ambito dell'area liberal-democratica, cosa invece considerata irrealizzabile per il movimento socialista. Queste speranze erano però destinate e rimanere tali poiché i clericali erano pronti ad accettare la sfida lanciata loro dal governo. Mons. Di Giovanni si augurava a sua volta, che le circolari anticostituzionali di un "figlio degenere"(Di Rudinì) della cattolica Sicilia riuscissero all'effetto contrario, cioè ad un maggiore risveglio dell'azione cattolica. Se il centro regionale e i rispettivi comitati diocesani si dimostrarono in grado di fronteggiare le intimidazioni governative, non fu lo stesso per le associazioni periferiche, che mancavano, per lo più, di dirigenti preparati e dispositivi a contrastare con la politica locale. In parecchi casi non valsero a nulla le istruzioni impartite alla periferia dalla direzione nazionale e da quella regionale che, appellandosi alle leggi e al primo articolo dello Statuto, per cui "La religione cattolica è quelle dello Stato", avevano voluto appagare il desiderio di quanti avevano loro richiesto notizie circa il modo di comportarsi di fronte alle difficoltà sollevate qua e là. Soltanto pochi trovarono il coraggio di mettersi in urto con le autorità governative e con i funzionari e gli agenti di polizia; se, in questo periodo, l'intero apparato del movimento cattolico non rimase completamente succube della repressione governativa e se i frutti della precedente attività non andarono del tutto perduti, ciò si deve al costante appoggio dei Vescovi, al fervore di alcuni laici e sopratutto al senso di responsabilità e al dinamismo di un gruppo di sacerdoti che aveva preso in mano le redine dell'organizzazione diventandone gli animatori e i pilastri fondamentali. Nomi di spicco sono Luigi Sturzo a Caltagirone, Michele Sclafani ad Agrigento, Angelo Gurrera a Caltanissetta e Giuseppe Rizzo ad Alcamo. Questi, anche se talvolta non condivisero la linea di azione di Mons. Luigi Di Giovanni, ispirata a principi e a metodi conservatori, tuttavia seppero tenere vivo il nuovo spirito sociale della chiesa e, non poche volte riuscirono a contrastare l'avanzata dei socialisti.