Le affittanze collettive

La questione contadina è stata per più di un ventennio al centro degli interessi dei cattolici sociali. L’affittanza collettiva, fu una delle più importanti iniziative per eliminare lo sfruttamento dei poveri campagnoli che erano costretti a subire la fame e la supremazia dei gabellotti. Il gabellotto era l’affittuario della terra dei signori, che a sua volta la subaffittava in piccoli lotti ai braccianti. Per affittanza collettiva si intende un associazione più o meno numerosa di contadini che prende in affitto un pezzo di terra da coltivarsi, assumendosene i rischi e i vantaggi e principalmente non dovendo subire i soprusi del gabellotto. Essa rappresenta la più importante riforma nel campo dell’economia agraria. Il prodotto di questo pensiero viene dal sacerdote Don Luigi Sturzo di Sicilia. L’obbiettivo principale era quello di eliminare il gabellotto intermediario, e dare la gestione della terra ai contadini soci della cooperativa. A motivare i cattolici socialisti alla riforma, furono i soprusi che i contadini dovevano subire da parte del gabellotto, il cui suo unico obbiettivo era di speculare su tutto e su tutti e non esistevano altri interessi al di fuori e al di sopra dei suoi, chi li metteva a rischio prima o dopo era destinato a pagarla (mafia). La sua figura non era più quella dell’imprenditore agrario ma quella dell’intermediario speculatore. Il suo obbiettivo era di garantire al padrone il canone d’affitto attraverso il lavoro dei subaffittuari. Questo rapporto tra gabellotto e subaffittuari era spesso un contratto di mezzadria, cioè il secondo doveva dividere con il primo i prodotti della terra e inoltre doveva pagare un canone in denaro comunque sarebbe andato il raccolto, spesso rischiando di perdere l’uso del pezzo di terra. I braccianti vivevano nella paura di non poter assicurare il canone al gabellotto e mettere qualcosa da parte per mangiare. Per Don Luigi Sturzo il gabellotto era il frutto dell’assenteismo dei proprietari dalle loro terre, per lui l’unica soluzione era di eliminare il gabellotto dalle campagne, e questo poteva realizzarsi solo se i contadini si fossero organizzati in cooperative; solo così si sarebbero tolti dai guai. Da qui nasce l’idea delle affittanze collettive che li avrebbe resi liberi e più responsabili del lavoro delle loro terre. I gabellotti cercarono di ostacolare in tutti i modi la realizzazione di questo progetto, mettendosi in concorrenza con i gruppi di contadini usando il vecchio sistema delle minacce. All’inizio sul fronte cattolico non tutti sembravano disposti a mettersi contro i gabellotti che sapevano anche apparire devoti ai santi e generosi con i preti tramite regali di vario genere. Esistendo questi rapporti di reciproci favori molti preti erano in imbarazzo di fronte elle agitazioni dei contadini, essi erano più vicini e favorevoli nei confronti dei gabellotti che dalla parte dei poveri lavoratori della terra. Solo in pochi come ad esempio Don Sturzo non avrebbero mai teso le mani in aiuto di quest’ultimi. Egli in ogni modo non fu solo in questa guerra. Per risolvere la questione contadina bisognava trovare formule che non andassero contro i principi cristiani, come la libertà individuale e il riconoscimento della proprietà privata. Il momento era grave e c’era l’urgenza di intervenire velocemente. I socialisti fin dal tempo dei fasci erano sul piede di guerra contro i capitalisti e i proprietari terrieri, essi incitavano gli operai e i contadini a rivendicare i loro diritti senza eccessivi riguardi nei confronti dei padroni. La chiesa per sua missione spirituale non poteva inasprire gli animi ma successivamente la curia romana consentì ai cattolici socialisti di scendere in piazza in difesa dei meno abbienti. Tranne qualche eccezione, fu soltanto lo spauracchio di una possibile avanzata del socialismo in mezzo al popolo a generare nelle sfere ecclesiastiche un certo interesse al movimento sociale cattolico e a spingerle ad adottare nei confronti di questo la tattica di un vigilato lasciar fare. Se il settore agricolo si fosse avvicinato alle posizioni rivoluzionarie ci sarebbe stato un crollo delle vocazioni. Il mondo contadino è stato da sempre serbatoio di vocazioni religiose, infatti, la maggior parte dei monaci, dei preti e delle monache appartenevano a questo mondo, questa classe sociale era più sensibile alle tradizioni religiose. Le idee socialiste che tendevano all’anticlericalismo non lasciavano indifferenti i cattolici. I contadini vedevano nelle idee socialiste la speranza di un miglioramento delle loro condizioni di vita. In ogni modo non mancarono di farsi sentire le voci d’alcuni vescovi dell’entroterra siciliano, come Mons. Giovanni Guttadauro che vivendo in un territorio strettamente agricolo come Caltanissetta sentiva maggiormente il problema dei contadini. Egli si rendeva conto della sproporzione tra quello che i gabellotti fornivano ai lavoratori e ciò che gli stessi rendevano ai fittaioli. Nel descrivere la situazione, il monsignore non rimane nel vago ma indica una serie di soluzioni ai vari problemi, per lui i gabellotti e i contadini dovevano mettersi d’accordo; i primi dovevano diminuire per quanto era possibile le loro richieste accontentando le esigenze dei lavoratori. Nello stesso tempo i proprietari dei feudi dovevano modificare il prezzo delle gabelle. Questo poteva essere una soluzione per evitare la continua emigrazione dei poveri contadini verso l’America. Invece secondo il mons. di Monreale Domenico Gaspare Lancia di Brolo, lo scopo dei fasci è la lotta delle classi, l’attentato alla proprietà privata, la guerra sociale, e tutto questo deve condurre necessariamente a combattere le dottrine della chiesa, ad avversare la chiesa che le difende, ad allontanare i contadini dalla chiesa, insomma a fare a meno della religione, quasi che la religione favorisca i ricchi contro i poveri. Il monsignore non vuole condannare i fasci ma vuole fissare delle norme di comportamento da parte del confessore nei confronti del fittaiolo e del lavoratore iscritto ai fasci, nel caso che questi si avvicinassero al sacramento della penitenza. Egli sollecita i sacerdoti ad usare la propria influenza per sottrarre i contadini dalle mani degli speculatori, e li invita a farsi promotori di tutte quelle opere sociali ed economiche capaci di sollevare le classi più infelici della società. Tutti questi atteggiamenti energici incoraggiarono molti laici ad operare nel campo sociale, come ad esempio Giuseppe Toniolo. Egli affermava che l’uso della proprietà privata dopo aver soddisfatto i bisogni relativi della classe possidente doveva svolgersi a beneficio comune dei poveri. Ancora però non si parlava di affittanze collettive, ma Toniolo si mostrava favorevole alla diffusione delle piccole proprietà. Secondo Sturzo però piccole iniziative non bastavano a risolvere la crisi agricola, essa era anche determinata da fattori estranei dal mondo del lavoro. Un altro uomo che promosse le affittanze collettive, fu Giuseppe Molteni, che fu anche molto amico di Don Luigi Sturzo. Egli si rivolse al clero perché secondo lui esso poteva approfittare della sua influenza sulla massa contadina per diffondere l'idea delle affittanze collettive. Lui non fu il solo a pensarla così, infatti, vi fu anche Nicolò Genovese che affermò che i sacerdoti potevano rendersi utili per migliorare le condizioni dei contadini attraverso la propaganda delle stesse. In Sicilia le affittanze collettive da parte dei cattolici si espansero rapidamente, solamente nella provincia di Messina e di Trapani non se ne ebbero. I socialisti, usavano le affittanze per camuffare la loro vera strategia, vale a dire, inasprire le lotte fra le classi e abolire la proprietà privata. La loro idea era quella di una affittanza a conduzione unita, in pratica creare un' impresa gestita dall' intera associazione; portata avanti dalla manodopera fornita dai soci appartenenti alla cooperativa. Questo avrebbe facilitato la formazione tra i contadini della coscienza comunitaria e si sarebbe arrivati più velocemente all' abolizione della suddetta proprietà privata. I socialisti erano più organizzati rispetto ai cattolici, essi possedevano una stampa più battagliera, avevano un' omogenea struttura partitica diversa da quella della chiesa. Essi rinfacciavano precise complicità con i potenti di tutte le epoche e la loro incapacità di affrontare problemi sociali. Le finalità dei cattolici erano completamente differenti da quelle dei socialisti. Essi per accaparrarsi la fiducia della gente, facevano leva sul fattore religioso, rendevano evidente il carattere anticlericale e ateo del movimento avversario. Fondamentale era per Sturzo che i soci che appartenevano alla cassa rurale, dovessero essere iscritti al comitato parrocchiale. I cristiani tramite le affittanze collettive volevano eliminare i gabellotti, ma non volevano ledere i proprietari terrieri che però condannavano per il loro assenteismo. La finalità principale del movimento cattolico era quello di raggiungere una collaborazione tra i lavoratori della terra e i proprietari. Il diritto alla proprietà privata rappresentava un punto fermo nella dottrina della chiesa; il possesso della terra però non autorizzava nessuno a servirsene a proprio esclusivo beneficio. La terra secondo loro non doveva nutrire solamente alcuni, ma tutti. Se la proprietà aveva la caratteristica d' essere individuale, il suo uso doveva servire a scopi sociali. Sturzo, infatti, criticava i gabellotti per l' uso che facevano delle terre, lo speculare sulla fame dei braccianti, i subaffitti con contratti usurai rappresentavano un attentato alla giustizia sociale. Egli sentiva il dovere di tendere la mano ai più disagiati e  di intervenire in prima persona in difesa della classe più debole. La prima affittanza collettiva sorse nel marzo del 1900 a Caltagirone. Questo tipo d' associazione fu il primo esempio concreto di come risolvere il problema del latifondo, inoltre servì a stimolare il diffondersi di quest' iniziativa. Le affittanze collettive dovevano costituire le fondamenta del progetto dei democratici cristiani, in altre parole creare una classe agricola o una corporazione agricola. Le affittanze grazie alla loro struttura si prestavano bene a svolgere la funzione di cellula delle nuove unioni cattoliche rurali. I proprietari, gli agricoltori ( coloni, lavoratori giornalieri) avrebbero dovuto costituire una classe organica e assumerne la rappresentanza economica giuridica e civile, fare valere i propri bisogni, tutelare la dignità e i diritti. Queste unioni professionali che furono chiamate anche camere o sindacati, volevano instaurare una sorte di democrazia, dove a tutte le classi fosse concesso di partecipare alla vita pubblica. Questo fu il punto base del pensiero politico ed economico dei cristiano-socialisti tra la fine dell' 800 e l'inizio del 900. La partecipazione delle classi alla vita pubblica era un segno della vera democrazia. Secondo Toniolo in qualsiasi modo fossero andate le cose sarebbe rimasto nel programma dei cattolici ricostruire la società  per classi e far sorgere unioni padronali accanto a quelle operaie. Sturzo divise molto l'impostazione corporativa data nel 1900 da Toniolo alle unioni professionali, il rapporto di cooperazione tra i soci era alla base delle affittanze collettive che rappresentavano la cellula del nuovo organismo sociale. Egli riconobbe in pieno la funzione della lotta sociale, che rappresentava la legge di progresso e spingeva l'umanità verso nuove conquiste. Sia Toniolo sia Sturzo avevano le idee chiare su ciò che si doveva intendere per ordine sociale. In Sicilia fu Ignazio Torregrossa, che evidenziò, con chiarezza l'opportunità di giungere alle corporazioni attraverso le cooperative. Si trattava di una tattica che avrebbe consentito ai cattolici di usufruire direttamente e indirettamente di benefici garantiti dalla legge in vigore sulle cooperative. Secondo Francesco Parlati le unioni professionali, oltre a disciplinare il lavoro e le sue condizioni di fronte all'industria capitalistica, avrebbero limitato la sfera delle esigenze dello stato. In questo tipo di programma la cooperazione diveniva un mezzo per raggiungere l'obbiettivo di una società corporativa. Sulla stessa linea si ispirava il gruppo giovanile democratico-cristiano che ebbe come capo Giuseppe Traino. Secondo lui bisognava giungere alla distribuzione di tutto il profitto ai lavoratori al fine di avere una forma di vera cooperazione sociale nelle cooperazioni di mestieri. Le affittanze collettive avevano il proprio asse organizzativo nelle casse rurali, che costituivano ottime fonti per la realizzazione di piani di bonifica nelle campagne e per l'incremento delle loro piccole aziende agricole. Esse in sostanza garantivano una certa indipendenza economica. I cattolici tramite queste speciali cooperazioni di produzione e di lavoro, si proponevano 3 scopi precisi: dare un fattivo contributo alla soluzione della questione contadina; cominciare a realizzare il loro progetto ideale di società; porre un sicuro argine all'infiltrazione socialiste nelle campagne. Questi obbiettivi erano strettamente collegati fra loro. Nel 1906 Parlati vide le cause della crisi e la minaccia maggiore per il futuro del movimento cattolico nell'operato dei dirigenti, che si erano solo dedicati alla fondazione delle casse rurali e alla formazione di affitti collettivi; senza preoccuparsi della creazione dello spirito e della coscienza delle identità cattoliche. Secondo i cattolici la società è chiamata a svolgere un proprio ruolo, il miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini avvantaggerebbe tutti i cittadini. A questo punto emerge l'aspetto politico delle affittanze collettive, le quali, togliendo la povera gente da uno stato di miseria e schiavitù li renderebbe liberi e permetterebbe loro di usare la conseguita libertà per la difesa dei propri diritti. In questo periodo i sacerdoti furono le anime delle affittanze collettive cattoliche. Il maggior successo fu determinato dalla  loro personalità, Sturzo a Caltagirone e altri sacerdoti, impegnati in grossi e piccoli centri, realizzarono in campo agricolo un risveglio senza precedenti. La settimana sociale dei cattolici,  svoltasi a Palermo nel 1908, segnò una tappa importante per le istituzioni agricole siciliane di matrice cattolica e in particolare per le affittanze collettive. Quest'incontro concesse uno spazio considerevole ai temi relativi al mondo del lavoro e soprattutto alla questione contadina. Lucio Lanza di Scalea, affermò che in Sicilia la collettività sociale, a differenza di quella belga e di quella danese, non aveva compreso quanto bene provenga dalle riunite forze economiche e specificatamente dalla cooperazione. Il cattolicesimo fu l'unico e solo alimento vitale della civiltà, esso rappresentava l'elemento costante di progresso sociale. Per Michele Sclafani, l'agricoltura rappresentava la sola ricchezza nazionale oltre a quella zolfifera che per mille versi tentò di soffocarla e di ridurla in fallimento, egli voleva potenziare la produzione agricola della Sicilia. La cooperazione agraria avrebbe dato buoni risultati in campo cattolico. Inoltre Sclafani sosteneva che in Sicilia vi era la necessità di potenziare l'agricoltura, al fine di diminuire il numero, in continua crescita, di emigrati. Avendo colto l'importanza del problema agricolo e la condizione di mancato progresso, in cui l'isola si trovava, egli era convinto che il rimedio era da ricercarsi nelle cooperative agricole. Egli sostenne, inoltre, che l'intervento dello Stato, come creatore ed ordinatore del sistema cooperativo, soffocava ogni forma di associazione spontanea. L'assenza del Governo non era stata, come doveva, sostituita dal Banco di Sicilia. Esso era lontano dallo svolgere quel compito di risanamento e di incoraggiamento dell'agricoltura, intrinseco nelle finalità stesse dell'istituto. Sclafani accusava il Banco di Sicilia di escludere le casse rurali da ogni tipo di previdenza. Quella di Sclafani era, indirettamente, anche un'accusa al Governo, che autorizzava il Banco di Sicilia a svolgere quella politica economica e lo incoraggiava a scoraggiare le iniziative cattoliche. Ciò nonostante, il movimento cooperativistico cattolico continuò a svilupparsi in ogni regione, soprattutto in Sicilia, in cui questa attività occupava un posto di primo piano. In Sicilia i contadini poterono godere di un credito solo grazie alle casse rurali, le quali permisero la diffusione dell'uso dei concimi. L'unione agricola regionale sviluppò notevolmente la piccola proprietà in Sicilia e rese meno dannosa l'esistenza dei latifondi. Gli affitti collettivi in questo contesto rappresentarono, quindi, uno dei pilastri fondamentali del programma. Sorti con il contributo di umili lavoratori, trovarono un valido sostegno nelle casse rurali, le quali, affittavano un feudo e lo quotizzavano ai soci, ai quali somministravano le sementi e i mezzi per coltivare il terreno iniziando le culture intensive. Sclafani sosteneva che una buona organizzazione delle affittanze collettive avrebbe spinto il Governo a seguire il movimento agricolo delle nostre popolazioni. In quello che affermava Sclafani, noi possiamo oggi comprendere il quadro dei problemi agricoli siciliani del periodo Giolittiano. Le casse rurali e le affittanze collettive rappresentavano un progetto di rinascita delle campagne e sfidavano, inoltre, l'inettitudine e la faziosità dei Governi. La settimane sociale di Palermo coincise con il momento di massimo splendore per le cooperative bianche e per le affittanze collettive. Dopo la data del convegno, che si svolse a Palermo, iniziò in Sicilia una fase discendente, perfino, per le affittanze collettive che subirono le conseguenze del primo conflitto mondiale e del periodo fascista. Le cause del declino delle affittanze collettive, ma anche delle cooperative rosse, furono politiche, sociali, ambientali e psicologiche. Giuseppe Giglio Tramonte sosteneva che il motivo delle sconfitte nel campo sociale ed economico si dovevano individuare nella poca volontà dei cattolici di lavorare con diligenza e senza amor proprio. Secondo Sclafani la crisi era da attribuirsi, alla scarsa organizzazione delle masse. Egli sosteneva che se si desiderava un'organizzazione più forte si dovevano riorganizzare le masse. Sturzo, Tramonte e Sclafani, i vecchi promotori delle affittanze collettive, delle casse rurali e delle cooperative, apparivano dopo il 1908, delusi. Essi si accorsero che la costituzione di queste associazioni non riuscì a migliorare, come doveva, le condizioni sociali delle masse contadine, quindi, pensarono di cercare la soluzione assieme al Governo. Nicolò Licata pensava che era compito del Governo quello di presentare un disegno di legge con la quale si incoraggiava, con premi ed esenzioni fiscali, la costituzione di colonie agricole. Nonostante queste proposte, che cercavano di migliorare la crisi che ormai travolgeva queste associazioni, le affittanze collettive sia quelle bianche sia quelle rosse si trovavano, a causa delle vicende belliche, in una crescente difficoltà, tanto che gli enti assuntori decidevano di non confermare i contratti scaduti e di sciogliere quelli ancora in corso. Nel 1919, dopo la prima guerra mondiale, i cattolici sociali, riproponevano un programma che, rilanciando la cooperazione, puntava sull'incremento della piccola proprietà. Purtroppo, il fascismo, istauratosi qualche anno dopo, considerava ogni forma di associazione come un organismo da abbattere. Tra le cause ambientali e psicologiche che contribuirono a determinare il fallimento delle affittanze collettive c'era, secondo Sclafani, l'indifferenza del Siciliano all'associazionismo. Oltre a Sclafani anche Lo Vetere e Torregrossa rilevavano l'indifferenza della gente meridionale, soprattutto per le iniziative agricole e sociali. Nicolò Genovese affermava che era compito della chiesa sviluppare nel siciliano lo spirito di associazione. Anche se i risultati finali delle affittanze collettive non furono quelli sperati, esse servirono da argine e consentirono alla chiesa di conservare la sua influenza su molti contadini. Questi ultimi furono gli obbiettivi dei democratici cristiani dell'età giolittiana.